Sta piovendo. Mi raccomando, non prendere l’ombrello.

Dice che piove.
Dice che ci vuole l’ombrello.

Corri prendi l’ombrello, che sta piovendo.
Che poi ti raffreddi. Che poi ti viene il mal di gola. Che poi ti si arricciano i capelli. E madonna santa, se vuoi che siano ste cose rispetto alla bellezza leggera della pioggia che scende?

No, basta, basta proiettarsi sulle cose di corsa, la routine, gli impegni, il futuro, i problemi da risolvere, le riunioni, checosadobbiamomangiarestasera.

Grazie, non ci interessa, no no potete anche non richiamare: siamo contenti con il nostro operatore che costa di più ma ci garantisce momenti esplosivi di presente senza tariffe biorarie.

L’esempio più semplice: ci si sente dei coglioni a dirsi che semplicemente ci si vuole bene, che altri sono importanti. E quelli che dicono che non si sentono dei coglioni in realtà si sentono dei criminali. In generale, più tempo passa e più ci si tende a nascondere. Come fa Sofia che si nasconde dietro l’armadio.

Nascondersi, ripararsi.

Sempre con questa mania di coprirsi sotto un ombrello

Io sto consigliando a Sofia di portarsi sempre un ombrello di meno.

Bella di papà cammina sotto la pioggia tranquilla e serena. Che è una di quelle poche cose belle anche quando sono brutte.

Voi vi ricordate l’ultima volta che avete camminato sotto la pioggia?

Baci perugina, trudini, rose ed epilessia

Arriva San Valentino.

E’ l’onomastico di mio cugino e questo interessa a pochi. Ho invece con interesse scoperto che il santo originale è venerato dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa e pure da quella anglicana. E’ considerato patrono degli innamorati e protettore degli epilettici. Mo è, l’amore è quello che è.

Nato in una famiglia patrizia, San Valentino fu convertito al cristianesimo e consacrato vescovo di Terni nel 197, a soli 21 anni. Praticamente all’epoca non dovevi avere chissà che esperienza pregressa per fare carriera. Aveva qualche 5 in pagella, ma in religione ed in condotta andava benissimo.

Dunque, San Valentino nell’anno 270 stava a Roma per predicare il Vangelo e convertire i pagani. Era un fantastico pomeriggio di primavera, Roma era uno splendore e San Valentino bel bello stava camminando per i fori imperiali alla ricerca di qualche anima da convertire quando l’imperatore Claudio II il Gotico lo fermò e gli disse di sospendere l’attività di catechesi e di abiurare la propria fede.

San Valentino ovviamente disse di no. Anzi fece un sorriso da ragazzo che conosce la vita. Non solo non abiurò, ma tentò addirittura di convertire l’imperatore al cristianesimo. Quello disse: ma tu guarda un po’ questo qui. Si fece una bella risata e visto il gesto coraggioso, disse : sei un ragazzo che ha del fegato, non ti condanno a morte. Però devi aprire gli occhi Valentino. Stai segnalato.

Manco per idea. Quello, la testa più dura del granito aveva. Convertiva a tutta forza. Stava facendo carriera. Se fossero esistiti i cardinali, sarebbe stato già cardinale.

Ma dato che era troppo figo come convertitore di anime venne arrestato una seconda volta sotto Aureliano (l’impero colpisce ancora).

Lo portarono fuori città lungo la via Flaminia per flagellarlo, temendo che la popolazione potesse insorgere in sua difesa.

Il soldato romano Furius Placidus si fece prendere la mano e da flagellarlo soltanto, gli taglio’ la testa. Aureliano si incazzò come un pazzo quando lo seppe – e gli disse “Furius, a parte che i tuoi genitori che ti hanno chiamato Furius di nome e Placidus di cognome avevano evidentemente un gran senso dell’umorismo… la prossima volta che ti dico di flagellare qualcuno vedi di non ammazzarlo. Comunque vai tranquillo, mò me la vedo io”. Neanche il tempo di uscire per mettere a posto la situazione che già Valentino era diventato santo.

Tiè Aureliano, di te ci ricordiamo solo durante una interrogazione alle scuole medie. Di San Valentino ci ricordiamo ogni anno.

Ma – eccoci al punto chiave di questa narrazione – In realtà la figura di San Valentino come santo patrono degli innamorati viene messa in discussione da Alfredo Cattabiani che nel suo testo “Santi d’Italia” la riconduce a quella di un altro sacerdote romano, anch’egli decapitato pressappoco negli stessi anni.

In effetti rileggendo la storia di San Valentino non c’è proprio niente che faccia pensare agli innamorati. Evidentemente deve essere quest’altro poveraccio decapitato che deve aver fatto qualcosa per gli innamorati ma il merito se lo sarà preso San Valentino. O forse solo la gloria.

Tutto questo per dirvi che la storia è infame. Ma è anche importante.

E siccome la storia è importante, se i vostri mariti non vi portano una rosa (o un bacio perugina o un trudino) per celebrare San Valentino, celebrate il Santo flagellando i vostri mariti.

Occhio, che a qualcuno potrebbe piacere.

Maurizio Costanzo, un necrologio coi baffi

Ora, muore Pino Daniele e con lui muore un pezzo di musica italiana.

Muore Pino Daniele e Maurizio Costanzo decide di commemorarlo.

Muore Pino Daniele e Maurizio Costanzo decide di commemorarlo con una puntata del Radio Costanzo show su RTL 102.5

Muore Pino Daniele e Maurizio Costanzo decide di commemorarlo con una puntata del Radio Costanzo show su RTL 102.5 in cui si commemorano anche altri grandi illustri artisti italiani scomparsi.

La commemorazione consiste nel commosso sbadigliante ricordo di morti in ordine sparso tramite parole tipo: e vogliamo ricordarci di Walter Chiari? E come scordarci Macario? Come scordarci Massimo Troisi, Nilla Pizzi. E poi anche Giuliano Gemma è morto.

Uno sproloquio di un’ora in una rincorsa al morto non ricordato da altri. Vi assicuro che non è stato facile ascoltarlo.

Tutti che mandano messaggi a RTL 102.5 con nomi di morti. Ci scrivono via sms Mia Martini, Giorgio Faletti e Renato Carosone.

Ora succede che quando si ascoltano certe boiate, si rimane attaccati alla radio. Con buona pace di Pino Daniele, del quale hanno mandato 1 solo suo pezzo, probabilmente tra i più famosi e meno significativi.

Ma io sono rimasto attaccato alla radio, ed ho assistito a questa lista che sono certo neanche Cristo nel giorno del giudizio universale ce l’avrà così esaustiva.

Mandateci i vostri nomi da ricordare via sms.

Ho contribuito anche io. Ho voluto ricordare Ciccio Ingrassia. Poveraccio avevano solo ricordato Franco Franchi.

Ma il mio sms non l’hanno letto.

Hanno preferito ricordare Fred Bongusto. Che ad oggi è ancora vivo.

Amore, allora abbiamo deciso dove facciamo la Vigilia?

Potrei raccontarvi del pallone Azteca ricevuto da Babbo Natale ‘86.

Potrei raccontarvi un viaggio durato una notte da Bari a Matera a Bari sotto una neve pazzesca solo per salutare la mia ragazza, che poi un giorno sarebbe diventata mia moglie.

Potrei raccontarvi il primo Natale di mia figlia Sofia di un mese e mezzo, nel lontano e freddo Piemonte. Potrei dirvi cosa provo nel sedermi alla sinistra di mio padre, a tavola.

Potrei raccontarvi altri ricordi che sono troppo intimi e profondi e preziosi per essere condivisi con chiunque altro che non sia il sottoscritto ed il sottoscritto soltanto.

Invece no, vi parlerò del dramma che molti vivono da quando sono ‘nucleo familiare’.

Amore allora abbiamo deciso dove facciamo la Vigilia? Dai tuoi o dai miei?

Lo stramaledetto concetto meridionale di famiglia che diventa significa appendice fisica, terminale ultimo ed essenziale delle nostre esistenze, radice linfa vitale, freno a mano tirato, modulo imprescindibile di sostegno e frustrazione, compagnia e teatro di tradizioni che altro non sono se non la coperta calda in cui nascondere le nostre paure di solitudine. Premere la pausa dalla vita che scorre tagliente. E trovarsi alla stessa tavola di quando avevo 10 anni. Lo adoro.

Mia moglie, purtroppo, pure.

Questo crea uno scontro insanabile, la frattura scomposta di tibia perone e anima. Fino a quando si era fidanzati si stava bene, il 24 ognuno alle case proprie, poi il 25 da una parte ed il 26 dall’altra.

Ma adesso che ci sono i figli non si può spaccare la famiglia in nome di un polipo crudo.

Allora propongo la soluzione: “facile, facciamo a casa nostra ed invitiamo tutti – lato tuo e lato mio”, così non teniamo scontento nessuno. Il pragmatismo urticante di mia moglie mi fa notare che sarebbero circa 50 persone da invitare, da sistemare e da gestire.
Mò è, le famiglie sono evidentemente una appendice fisica numerosa.

Scusate 50 più bambini.

A quel punto mi appare il diavoletto sulla spalla destra. Mi guarda ammiccante. Quando fa così lo ascolto quasi sempre.
“Dai amore, nessun problema allora facciamo il 24 a Bari dai miei ed il 25 e 26 a Matera dai tuoi!”
(Se ti do un Natale e Santo Stefano, mi dai in cambio una Vigilia. Tipo ti do Franco Baresi e Van Basten e mi dai la figurina di Roberto Baggio).

“No.”

“E se propongo il 24 dai tuoi ed 25 e 26 dai miei accetti?”

“Si (e mica sei scema! Anche tu che non capisci una mazza di calcio sai che Baggio vale almeno Baresi, Van Basten, Vierchowod e lo scudetto dell’Atalanta).”

“A me non va bene. Che facciamo?”

Insomma, qualcuno deve perdere. E qualcuno, ovviamente vincere.

Allora, si farà a turno. Un anno soffro io ed un anno soffri tu. Ma a sto punto facciamo che si soffre o si gode per bene.

Dallo scorso anno abbiamo sperimentato la soluzione “Rubamazzetto”. Vigilia, Natale e Santo Stefano in blocco da una parte un anno, dall’altra parte l’anno dopo.

Quando io e mia moglie ci mettiamo a fare queste cose mi sembra di vedere Klemens von Metternich che si metta a negoziare con Margaret Thatcher davanti ad un piatto di cicorielle selvatiche. Dovevi studiare Scienze Politiche, altro che Farmacia, Paola.

Comunque quest’anno – finalmente – tocca a me il Rubamazzetto e 24 25 e 26 saremo a Bari.

Pregusto la cena alcoolica del 23 da mio cugino, la spesa di pesce con mio padre il 24, poi con altri amici in giro in centro. La cena, Babbo Natale che arriva, Sofia e Mauro che spaccano tutto. Mia nonna che guida le preghiere e che fa ‘segni della croce come elicotteri a gran velocità’. I baci. Il brodo di Natale, la pennica sul divano, la tombola, gli amici, le nocelle. Il 26. Il vino. Le cartellate. Il limoncello della nonna fatto da limoni raccolti dal nonno nel loro giardino (1 metro quadro di terra, 12 quintali di limoni raccolti). Abbiamo mangiato assai. Si si. “L’anno prossimo dobbiamo fare di meno pasta”. “Eeeh che 900 grammi ho messo”.

Se i bambini si ammalano il 23 scriverò un secondo post sul Natale.

Di bestemmie.

Buon Natale.

Lo sviluppo spiraliforme del mio piccolo mondo

Mio padre che torna a casa da un viaggio, con i regali nella valigia.

Il 5 novembre 1984

L’esame di ammissione alla seconda elementare

La mano nel sacco enorme delle lenticchie di Gino il fruttivendolo.

Marco che si affaccia dal balcone.

Le cassette ed i LP della zia.

Via Maranelli.

Il pallone che prendere lo spigolo del muretto del giardino e prende una traiettoria perfettamente verticale.

Le ramette con la cera per il giro d’Italia

La palla di carta chiusa con il nastro marrone

Le feste degli zii, i giochi con i cugini

La cartella pesante, le squadre spezzate.

Le polpette della nonna, i suoi piedi tondi panzerottosi che mi accompagnano a scuola.

Il pallone Atzeca, ed il gollazzo di collo pieno rifilato a quei ragazzi grandi e prepotenti.

Vincere facile nei giochi con mia sorella.

Il giorno che arrivarono tardi a prendermi da scuola.

La sensazione di inadeguatezza.

Il momento in cui ho capito che ero importante.

La sala prove di Giancarlo la domenica mattina.

Il concerto al Bar Bablù

L’ultima lettera inviata.

Salutare la commissione dopo gli esami di stato

Il traghetto per la Grecia

Le scarpe consumate

Il motore rubato

Il pomeriggio da Stefano ed Alessandro

La sacral zone

Il 2 agosto

La lunga notte

Il primo pacchetto di sigarette

Abbracciare mia madre che piange

I capelli lunghi

L’esame di matematica

Il giro di telefonate di scuse

Le maratone di studio sotto ginseng

Il cimitero di Polignano

Le elezioni universitarie

L’impermeabile di pelle

Gli articoli di giornale

Il Pappalettere

Il pomeriggio dopo la laurea

L’ultimo colloquio

Il contratto che arriva arriva arriva, e che poi non arriva

Valentino che esce vivo da rianimazione

Il foglio scritto a casa dello Zio

La partenza

La casa di via Botta

La fame

Scarpe buone e neve alle ginocchia

Paola che arriva ad Asti

Il letto calato dal balcone

La febbre da solo di notte

Il ritorno a casa dopo il concerto

Il Binario 12

Il contratto importante

La prima notte di nozze

Sofia

Mauro

Tornare a casa, venerdì, con i regali nella valigia.

Breve dichiarazione d’amore

Ti amo.

Mi sono innamorato progressivamente, sera dopo sera dopo sera dopo sera.
Dopo sera.

Dopo sera.

Bruciante e maturo, questo amore libero che clandestinamente dovrei custodire ma che devo dichiarare altrimenti esco pazzo. Non avrò mai il coraggio di dichiarartelo perchè sappiamo entrambi che non potremo mai stare insieme.

Vederti con i tuoi bambini, così paziente e calma. Solare e ordinata nel tuo vestito color arancio che non ha mai una piega.

Le tue lunga ciglia che sbatti senza voler causare problemi al mondo ma che invece causano dissesti idrogeologici nei miei atri e ventricoli.
Devo trovare un retino che mi consenta di catturare le farfalle che ho nello stomaco.

Le tue rotondità accennate, i tuoi fianchi provati da due gravidanze che non ti rendono grassa ma semplicemente al punto perfetto di maturazione femminile.

E poi, con la bocca amara, doverti vedere sempre e solo in costante presenza di tuo marito. Quello stupido idiota ciccione orrendo che secondo me non si rende conto di quanto è fortunato.

Che sarà anche grosso ma che per te sfiderei a cazzotti.

Non l’ho mai visto baciarti, ed allora capisco perchè hai quello sguardo che secondo me è solo apparentemente felice ed in realtà cela qualcosa.

Oddio, sei comunque una donna felice, leggera e calma.
Ti vedo ridere spesso a crepapelle, mi sembra quasi che ti rotoli per terra dal ridere e rido anche io. Non so perchè. Anzi si, perchè ti amo.

Ti amo e vorrei aiutarti mentre ti vedo alle prese con tutte le cose che ci sono da fare e nel contempo lavorando. Quell’aria scanzonata con la quale premi i tasti del pc e del mio cuore.

Il tuo saper mantenere una casa pulitissima ed ordinatissima, nonostante la famiglia, nonostante tutto.

Il tuo essere semplicemente perfetta, inappuntabile. il tuo saper essere donna, madre, e maiala.

Ti amo, sarò tuo per sempre Mamma Pig.

Take 5 – Francoforte/Matera

La serata mia e di Carlos è stata tracannata come si conviene.

Sedicimila birre con i colleghi tedeschi. Poi trasferimento in una vineria di Mainz, a gustare due merlot in solitaria.

Il commiato di ieri sera memorabile. Dopo aver fatto Europa in lungo ed in largo ci siamo lasciati con un ‘look, it was fun’.

Mo è, quando si deve essere concisi perchè devi pisciare le sedicimila birre.

Stamattina da Mainz a Francoforte, poi volo a Berlino ed ora in attesa del volo per Bari e della macchina per Matera. Long day, in scioltezza concluso con l’acquisto dei regali per i bambini. Il canovaccio perfetto.

Mia moglie è stata sfortunata, l’ultimo scalo è molto sfigato in quanto a negozi. Quindi nisba regali, tanto si sarà comprata già l’ennesimo paio di scarpe oscene mentre sono stato via. Ma io la amo e che ci devo fare.

(Intermezzo solo per Te: L’ultima volta a Berlino prima di partire ero triste, e lo sai. Quei messaggi mandati dal taxi per Tegel che segnavano un avvicinamento tra persone già vicine. Il periodo difficile della rinascita dalle ceneri. Ti ho sempre osservata e protetta forse troppo da lontano. Verrò a farti un saluto veloce appena atterrato a Bari.)

Mentre l’aereo atterrava a Berlino riflettevo su due cose. La prima è su come alle cose veramente importanti dedichiamo meno unità di tempo di quelle che dedichiamo alle stronzate (e che scambiamo per cose importanti).

La seconda cosa sulla quale riflettevo erano le enormi poppe della bionda teutonica accanto a me. Egghia e che cosa erano? Hanno una carta d’imbarco solo per loro? Valgono come bagaglio a mano? Questi i miei interrogativi mentre le osservavo con faccia interrogativa. Le tette si sono sicuramente accorte che le guardavo ma non mi hanno risposto. La bionda invece osservava la situazione e sorrideva tra sè e sè.

A breve sarò a casa. Mi è piaciuto condividere con tutti voi – miei piccoli lettori – questo viaggio.

Il prossimo è già dietro l’angolo: Londra, arrivo tra meno di 72 ore.