La primavera del 2017 – Guernsey

Detta in breve, grandi aziende del mondo decidono di costituire delle ‘proprie’ società di assicurazione, per una migliore gestione dei propri rischi e per prezzare meglio le proprie coperture. Dato che ci si trovano, decidono di stabilire queste società in posti che hanno trattamenti fiscali vantaggiosi.

Cayman, Barbados, Gibilterra, Malta, Dublino, Bermuda.

Guernsey.

Sono in viaggio verso questa isoletta nel canale della manica, che se non fosse un posto fiscalmente vantaggioso sarebbe abitata da quattro pecorai. E’ invece popolata di contabili, di esperti di conformità, di fiscalisti e di revisori.

Con me ci sarà Theresa, figlia di padre italiano e nata in Sudafrica. Ha qualche anno più di me ed un accento inglese piacevole. Mi parla di suo figlio e le brillano gli occhi.

Ci sarà anche Silvia, una donna della mia età e figlia di contadini veronesi. Ha lasciato l’Italia ed ha servito caffè, studiando la sera per il suo esame ACCA. Rispetto molto la sua attenzione ai dettagli, la determinazione con cui si approccia alla mia testardaggine e la maniera attenta e delicata con cui attende le mie sfuriate prima di proporre un punto di vista talvolta valido. Sta imparando a seguirmi ed a lavorare con me.

Abbiamo un team discreto per questo progetto, dovremmo farcela senza affanni eccessivi e senza fare le notti in ufficio.

Ho provato a cercare qualche attività da svolgere con ­Silvia e Theresa per l’ultima sera che passeremo in Guernsey. Io credo sia sempre giusto festeggiare la conclusione di un lavoro con una attività da ricordare. In Guernsey, però, pare non ci sia un cazzo di niente da fare, se non giocare a golf.

Devo cercare meglio. Magari finiremo semplicemente con il berci una buona bottiglia di vino sul terrazzo del ristorante marocchino Ziqqurat, mentre dividiamo un tajine di agnello pregustando il ritorno ognuno a casa propria.

La primavera del 2017 – Parigi

Sono arrivato a Parigi per chiudere un interessante progetto dopo una acquisizione di una società qui.

Non mi hanno sicuramente accolto a braccia aperte e non sentiranno la mia mancanza, ora che sono andato via.

A Parigi ho passato tante settimane nella mia vita, quando muovevo i primi passi nel mondo complicato delle multinazionali. Io trovo  che quando si passa tanto tempo in un posto, le meraviglie che lo caratterizzano perdono la loro magica attrattiva. Mi è capitato quindi di passare quindici giorni a Parigi lontano da quasi tutti i monumenti, immerso nel lavoro, nello studio ed in piacevoli intimi momenti familiari a casa dei miei cugini.

Parigi nella primavera 2017 mi ha però regalato qualche piccola grande soddisfazione: ad esempio il clima temperato della primavera mediterranea, inconsueto per le taglienti latitudini pseudo-bretoni dell’ile-de-france.

Mi ha regalato una patisserie sulla strada per l’ufficio, con un pain-au-chocolat mangiato lungo la Senna.

Mi ha regalato una visita ‘selettiva’ al Museo del Louvre, dove ho finalmente avuto il coraggio di selezionare le aree da visitare, ed in cui ho potuto godere del lusso di spendere oltre 4 ore per la sola galleria della pittura italiana. Mi sono tuffato in Leonardo Da Vinci rimanendo abbagliato dai suoi colori cupi.

Mi ha regalato un cappuccino felice e leggero in un bar. Una cena calda e rassicurante in un ristorante di emigranti italiani di seconda generazione. Un filetto tenerissimo ed un calice di Chateau Lafitte nel ristorante del mio albergo, con quattro chiacchiere scambiate con una signora tedesca ed un ragazzo spagnolo, anche loro soli come me, con il loro filetto ed il loro calice.

Mi ha regalato una serata a casa di Diletta ed Andrea con gente di tante parti d’Europa in cui abbiamo dovuto concordare la lingua da usare nelle conversazioni. Una passeggiata in un mercatino delle pulci in cui ho potuto toccare una edizione limitata di The Dark Side of the Moon con vinile trasparente, pubblicata in poche centinaia di copie in USA. Un film di fantascienza poi rivelatosi un horror terrificante che mi (ci) ha fatto rivoltare lo stomaco. Mi ha regalato una serata di panico durante l’attacco terroristico degli Champs Elisees, a poche centinaia di metri da dove mi trovavo.

Una sigaretta con Andrea, un abbraccio con Gianluca.

Ho fatto tanto lavoro, tanto studio e tanta palestra. Ho concluso un progetto complicato. Ho perso 1 chilo e mezzo. Ho concluso la preparazione del CIA3 che sosterrò a giugno. Ho poi passato due settimane a casa, immerso negli abbracci dei bambini.

Prima di ripartire.

Dino e Piero

Mercoledì in aeroporto ho comprato un libro che parla di un eroe italiano che si chiama Enzo Ferrari. Tra le varie biografie che ho letto, questo libro è scritto da Turrini, un giornalista che ha curato biografie importanti e che soprattutto è considerato uno dei maggiori conoscitori della storia del Cavallino.

Il libro racconta la storia della nascita del mito non seguendo un rigoroso ordine cronologico. Pur mantenendo una certa forza di consecutio temporale, a prevalere è l’aspetto tematico.

Uno di questi temi è l’approfondimento di una situazione sentimentale, quella di Ferrari, che mi ha colpito.

Per motivi diversi, non credo sia rispettoso riportare i dettagli delle storie di Dino e Piero.

Due pensieri però mi sono rimasti in testa.

Il primo è che se avessi accettato una delle offerta di lavoro che negli anni ho rifiutato, avrei letto documenti firmati da Piero e forse lo avrei letto in chiave diversa da quella dell’unico vivente erede di Enzo Ferrari. Ho fatto bene a rifiutare quel lavoro.

Il secondo che Una Ferrari Dino non ha prezzo. Vorrei tanto avere la fortuna in vita mia di sedermi in una Ferrari Dino per sentire che effetto fa sedersi in una Ferrari che Enzo Ferrari ha sentito potesse portare il nome di suo figlio morto giovanissimo.

La struggente meccanica dei motori a scoppio.

Giulia

Giulia ha 1 anno. L’ho conosciuta 364 giorni fa. Sono andato in ospedale a conoscerla, insieme al mio secondo bambino, che le ha portato in dono un suo pupazzetto di 2 cm di altezza.

L’ho conosciuta mentre si dedicava alla sua attività più importante, la suzione del latte materno.

Per quanto da qualche anno io e sua madre ci si conosca bene, arrivare in quella stanza durante il rito dell’allattamento mi ha fatto sentire un po’ un elemento di disturbo. Con discrezione, ho prestato attenzione a che la mia visita fosse opportuna, ossia veloce e silenziosa.

Dopo un paio di mesi, quando Giulia ha iniziato a sorridere, ho iniziato a prenderla in braccio. Ogni santo giorno che l’ho presa in braccio non mi ha mai negato una massiccia dose di sorrisi.

Abbiamo sviluppato in maniera molto naturale e silenziosa, un piccolo codice di comunicazione, io e Giulia. Esso è essenzialmente basato sullo scambiarsi uno sguardo intenso e sorridente, seguito da un sorriso, un piccolo suono, e nuovi sorrisi.

Giulia ha poche importanti pretese. Essenzialmente vuole mangiare le briciole.

Quando suo padre mi ha chiesto di essere padrino di Giulia, ho sentito di essere la persona giusta come lui sarà il giusto padrino di Francesco. Ci sono poche cose importanti come essere padrino di un bambino e non si possono descrivere, queste cose.

Il giorno del battesimo, Giulia era radiosa. Ci siamo scambiati uno sguardo che io non dimenticherò.

Sono sicuro che saprò interpretare questo ruolo come si deve.

Senza dimenticarmene.

Soprattutto quando non avrà più bisogno solo di briciole.

La festa del papà

La festa del papà in Inghilterra non è il 19 marzo.

Me lo diceva un collega padre, Michael. Mi spiegava che invece lì la festa della mamma è a marzo. Non ho capito se esiste o meno la festa del papà in Inghilterra. Michael ha un bambino di 4 anni che fa le stesse cose che fa mio figlio.

Oggi è la festa del papà in Italia. Una serie di piccoli aspetti che la rendono unica.

Uno di questi il poter fare qualcosa di speciale, come piantare una piantina insieme ai bambini o assistere con loro ad uno spettacolo di burattini.

Un altro ascoltare la loro poesia della festa del papà. Un altro ammirare il lavoretto da loro preparato.

Ricordo quando ho ricevuto una “Lavagna Leopardo di nome Gerardo”. Ce l’ho ancora, anche se oltre a risiedere nel cassetto dei ricordi, la Lavagna Leopardo di nome Gerardo ha un permesso di soggiorno evergreen nel mio ventricolo sinistro.

La poesia in molti casi è basata su due elementi.

Il primo è quello di caratterizzare il padre come un soggetto impegnato e immerso nel lavoro. Che ne so, tipo un commesso viaggiatore con il bavero alzato nel freddo della sera di Torino a metà anni 70, che attraversa corso Vittorio Emanuele di fronte alla Stazione di Porta Nuova, per alloggiare nella Pensione Lina (una stella e mezzo), ma prima di andarsi a coricare telefona a casa dalla cabina con telefono a gettoni nel bar sotto i portici. Sto bene. Fa freddo. Torno venerdì.

Il secondo è quello di contenere pochi versi che descrivono il bene che i bambini vogliono al papà e che il dono per la festa altro non è se non il loro amore. Un centrifugato di dolcezza.

Il risultato è quello di una tempesta perfetta di semplicità.

Siamo davvero padri esausti, e molti di noi hanno davvero il bavero della giacca alzato. In effetti siamo davvero immersi nelle responsabilità fino alla gola.

Abbiamo imparato ad archiviare talmente bene i nostri sogni adolescenziali da esserceli dimenticati.

Abbiamo talmente bene imparato a vivere in apnea che non ci siamo resi conto di aver sviluppato branchie.

Cominciamo a fare confusione sui ricordi e qualche anno rappresenta solo un numero, non riuscendo più a classificare i ricordi in preciso e diligente ordine cronologico come fino a pochissimo tempo fa potevamo fare.

La vita ci scorre tra le mani come una corda di canapa e ci lascia abrasioni sulle mani. Non sappiamo neanche quando l’abbiamo presa in mano quella corda.

La poesia della festa del papà ricompone però tutto il quadro di una esistenza in passaggio verso i quaranta anni suonati.

Ci riporta un sorriso trattenendo una lacrima che non scenderà. Ci rende felici di essere quello che siamo diventati, silenziosi ragazzi che scoprono i primi capelli bianchi, senza una certezza di pensione, ma orgogliosi.

Orgogliosi di un presente che non supera il metro di altezza.

Essere ferrarista

Avevo 8 anni quando con un cappellino della McLaren salii le gradinate della tribuna Fiat ad Imola.

Un piccolo cappellino McLaren in un oceano di cappelli Ferrari.

Il podio fu Senna, Prost, Piquet. Mio padre, che viaggiava sempre tantissimo, quel week-end mi ha regalato il ricordo più bello della mia intera infanzia. Un viaggio in 4 uomini. Io, lui, mio zio e mio nonno. Ricordo che dormimmo in un albergo di Riolo. Era maggio e quella mattina c’era un’aria umida e emiliana carica di tensione.

Tifavo Prost, che vinse il successivo mondiale dopo un incidente a Suzuka con Senna che tentava di passarlo. Alla vittoria di Prost fui felice come un bambino di 10 anni appena compiuti.

Prost passò in Ferrari alla stagione successiva. Diventai Ferrarista e quando Prost lasciò la Ferrari per un periodo sabbatico, ormai avevo il cuore rosso. Quando Prost tornò in F1 ed andò alla Williams, preferii rimanere tifoso di Alesi e Berger.

Da allora ho visto le Ferrari correre dal vivo altre 15 volte.

Non tantissime, ma neanche poche per un ragazzo che in tasca i primi soldi veri li ha avuti a 29 anni ed il primo figlio a 32.

Essere Ferrarista comporta una fede incrollabile e la stoica accettazione di una certezza: a parte pochi cicli vincenti, la Ferrari perde. Ossia arriva massimo seconda.

Il Ferrarista accetta la sconfitta senza troppi problemi e senza rimanerci troppo male. E’ come avere un piccolo difetto fisico. Certo, vorresti non averlo, ma non ti disperi per sempre di averlo. Dopo qualche stagione il difetto fisico lo accetti.

Il ferrarista divide l’anno in quattro fasi. Il primo è la attesa della presentazione della nuova macchina – che va da novembre a febbraio. Il secondo è quello dell’attesa di capire i riscontri cronometrici attendibili sulla competitività della macchina, ossia che inizi il campionato – da febbraio a marzo.

Poi una volta iniziato il campionato inizia la terza fase, che è quella della consapevolezza che “anche quest’anno sarà molto difficile vincere il mondiale” – che dura fino a quando non iniziano le gare europee, a maggio/giugno.

L’ultima fase è quella della amara e nera rassegnazione, in cui speri di vincere almeno una gara ed acquietare quel cavallino rampante che ti scalpita nello stomaco. Negli anni peggiori, questa rassegnazione dura fino alla fine del campionato.

Poi inizia un nuovo ciclo.

Oggi hanno presentato la nuova Ferrari, si chiama SF70H. SF sta per Scuderia Ferrari; il 70 serve a celebrare il 70° compleanno della scuderia. H starebbe per Hybrid – ossia per il motore ibrido.

Secondo me sta per Hospital, visto che in base alle indiscrezioni la macchina sarebbe lenta come una agonia in un letto di ospedale.

Che dobbiamo fare, aspettiamo Melbourne, ossia che arrivi la seconda metà di Marzo.

Lì avremo dei riscontri cronometrici attendibili e bestemmieremo come ogni anno, ma ci stringeremo in un unico urlo – Forza Ferrari. Ricordando tutti, su tutti Gilles Villeneuve e Jules Bianchi e sperando per Michael.

Lettere da Sampierdarena

Me lo ricordo ancora quel momento, nel salotto della casa dei miei, quando mi arrivò una vostra lettera. Era scritta a mano, come si conviene.

Oggi tutte le lettere sono strane ma all’epoca erano pressoché cosa normale. Invece questa era strana: era una lettera scritta a quattro mani, e scritta con una passione che difficilmente ho trovato in tanti altri scritti, anche tuoi e vostri.

Molte parole erano sottolineate. Quasi tutte. I paragrafi importanti evidenziati. Sembrava che fosse stata scritta e poi corretta, rivista in maniera critica dall’autore stesso.

Era difficile da seguire, quella lettera, saranno state 20 pagine. All’epoca le lettere che scrivevo e ricevevo erano di un paio di pagine. Venti pagine sono una infinità. Ma quelle sottolineature la rendevano ancora più criptica e complicata da leggere, da seguire.

Come fosse stata buttata giù di corsa e poi aggiustata. Era una brutta copia: ecco cosa era.

Ma a rendere quella lettera indimenticabile non furono le appendici grafiche. La resero indimenticabile le parole scritte, arrabbiate e spigolose. Violente. E quelle sottolineature erano un rimarcare la loro violenza. Erano parole gridate! Poi in altri passaggi dolci e simpatiche. Per poi tornare ad essere minacciose.

Risposi quel pomeriggio stesso.

Una pagina. Con la mia versione delle cose. Spedii la lettera senza quel colpevole ritardo che normalmente accompagnava tutti gli invii delle mie missive. In fondo all’epoca come adesso importante era scrivere e poi lo spedire (o pubblicare) era superfluo.

Invece quella la spedii, e subito.  Seguirono dei giorni di silenzio ed apatia e stupido orgoglio.

Poi arrivò la tua risposta. Era stranamente ordinata. Evidentemente il mio amico, tuo fidanzato, incredibilmente confusionario e casinista, non ci aveva messo mani.

Era meno spigolosa, ma comunque mi condannava sebbene le mie spiegazioni fossero sacrosante. Era un educata reprimenda, e ripensandoci era anche una resa. Una lettera che con dolcezza mi diceva quanto avrei scoperto solo dopo pochi anni.

Le mie spiegazioni erano delle minchiate. Tu lo avevi fotografato da subito. In fondo sei sempre stata più avanti di me e di tutti quanti noi. Complessa ed articolata, oscura. Triste ma anche tremendamente ridicola, a modo tuo.

Non so come succede che ci si perde di vista. Ah si. Vi siete lasciati, tu ed il mio amico. Ed io ho mantenuto l’amicizia con lui, vera, per anni. Ancora oggi, credo.

Poi qualche tempo fa mi hai contattato. E’ stato bello – ma ci siamo tenuti un po’ a distanza, come osservati.

Ieri il giusto epilogo blues della storia di una persona a modo suo unica. Ricordata, classificabile come difficile e complicata, affascinante a modo suo e sfigata oltre ogni modo, che non trovava mai pace e che non l’ha trovata fino all’ultimo giorno della sua troppo breve vita.

Ma è con questo blues che voglio salutarti. Perché per quanto oscura e criptica sapevi essere allegra e la tua risata è una delle mie colonne sonore di quei giorni spensierati e soleggiati e complessi come il delicato passaggio del diventare grandi e dello scoprire che la vita è meravigliosamente tagliente.

Ti scrivo da un aereo che vola a 30.000 piedi di altitudine. Mi piace pensare che anche tu adesso stia volando e stia guardando dall’alto questo posto ingiusto e pazzo che è il mondo. Con il solito mezzo sorriso e facendo a tutti una pernacchia.

In effetti è appena iniziata una piccola turbolenza.