Addio City

Era febbraio e faceva tanto freddo quando passai i 6 colloqui per un lavoro di grande prestigio. Al momento dell’offerta, rifiutai e non firmai il contratto.

Il mio datore di lavoro con una abile controfferta, mi offriva un ruolo di livello internazionale che mi avrebbe consentito di vivere dove volevo. Anche Matera.

Accettai la controfferta ed iniziò una fase nuova della vita professionale, basato a casa e spessissimo in viaggio. E’ durata circa 5 anni, in cui ho visto tantissime città e preso centinaia di aerei, ritrovandomi diverse mattine in un hotel identico a tutti gli altri senza, sapere al risveglio dove mi trovavo.

Poi 19 mesi fa ho cambiato azienda, più benefici ma più viaggi. Londra una seconda casa, ci ho dormito forse per oltre 5 mesi. Altri 4 mesi li ho passati in altri posti.

Adesso però è arrivato il momento di cambiare lavoro, di nuovo. Di cambiare anche vita e tornare ad un lavoro più stabile per una azienda grande della mia regione, che ha voluto investire sul giovane manager che si è spezzato la schiena ed ha collezionato decine di esperienze, pur non avendo alcuna raccomandazione. A loro devo tanto: mi hanno restituito fiducia verso la mia terra.

Oggi sono in viaggio per Londra, per l’ultima volta in veste di esperto di audit del brokerage assicurativo e di lotta ai crimini finanziari.

Mi mancheranno le piccole cose che hanno accompagnato la mia routine londinese, essenziale per non andare fuori di testa quando ti ritrovi solo come un cane per tante tante settimane a migliaia di km da casa.

Daniele e Marco del parcheggio di Bari, che ‘le laviamo la macchina solo perché è lei, altrimenti in questo periodo non le laviamo più’ Mi mancherà il treno notturno che dalle periferie estreme londinesi mi porta alla stazione di liverpool street, 47 minuti. La passeggiata nel freddo e le immagini di luci notturne. Sushi Samba, Eat, Il Gerkin, le chiese tra i grattacieli, Itsu, il Pret, il grattacielo AON, il palazzo Lloyd’s, di fronte al grattacielo della mia azienda. La mia suite al terzo piano. Il simpatico Sunday, portinaio nigeriano notturno, che mi accoglie con il solito sorriso. Mi chiede come è andato il viaggio dal Brasile, ‘molto lontano’. Non so perché crede che io sia brasiliano. Le chiacchierate con lui la sera. I miei ristoranti Londinesi: il mio sushi bar, il mio ristorante spagnolo, il mio ristorante arabo e le facce dei camerieri e dei proprietari, sempre accoglienti. La password wifi che mi inviano quando scade a mezzanotte senza che io la debba chiedere.

La colazione con caffè nero e croissant vuoto al 15° piano del mio ufficio.

La vista della cattedrale di St. Paul dal mio ufficio, i pranzi con Enrico, Silvia, Michael, Omar, e gli altri.

Forse avrò la sensazione di essere meno cittadino del mondo nei prossimi anni, ma ho intenzione di mutare solo forma, e sfruttare ogni singola occasione di viaggio per girare il mondo, stavolta con Paola e i bambini e senza riunioni sanguinolente.

Oggi ho comprato l’autobiografia di Agassi ed ho iniziato a leggerla. La preparazione meticolosa e la fame di vittoria  che trasuda dalle prime pagine mi ha fatto riflettere. In fondo non bisogna essere per forza atleti o uomini di sport per desiderare di vincere. Anche io ho meticolosamente preparato ogni singolo giorno del mio lavoro, e cercato la performance perfetta nei momenti chiave.

Mi è andata bene ed alla età di 38 anni posso dire che la mia carriera ha avuto uno sviluppo ottimo, in un momento di crisi pressochè totale di ogni settore economico. Con la ripresa dovrebbe essere ancora più semplice. Tuttavia, credo sia andata bene perché ho attaccato ogni punto con la stessa fame e determinazione ed ho fatto sacrifici enormi.

Da circa sei mesi avevo cominciato ad essere sazio e remissivo. Il segnale chiaro di come sia pronto per una fase nuova e stimolante. Che inizierà il 28 agosto.

I miei obiettivi per il 2017 sono quasi tutti raggiunti, con loro anche quelli che mi ero posto per i miei 40 anni, anche se no ho oggi 38. Una nuova fase si apre davanti a me. Oscura, sfidante e complicata. La affronterò essendo semplicemente me stesso, non vedo perché debba andare male. Impegno, sorriso, precisione e divertimento.

Ci sono brevi momenti di calma tra eccitanti periodi di cambiamento.

Mi rendo conto che è il cambiamento lo stato normale della mia esistenza.

Quindi arrivederci City, ci siamo voluti bene.

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Se avrai ancora un pochino di pazienza

Era un caldo pomeriggio di luglio quando avevi 21 anni e discutevamo del mio trasferimento. Mi dicesti che la scelta giusta era partire, sebbene tu dovessi finire l’università, e sapessimo benissimo che ci sarebbero voluti altri 3 anni almeno. Forse 4.

Eri tu che mi dicevi che non sarebbe stata la lontananza o la vicinanza a determinare il successo o l’insuccesso della nostra unione. Non faceva una piega, allora preparai le valigie, ed  accettammo di vederci ogni 2 o 3 settimane, da qualche parte in Italia. Hai avuto la pazienza di percorrere centinaia di migliaia di chilometri in treno.

Poi siamo andati a vivere insieme ed hai tollerato la fragilità di un ragazzo di buone speranze che si afferma, e che fa il salto con il primo contratto importante. Hai avuto la pazienza di accettare un lavoro che so non volevi, pur di essere insieme.

Poi siamo diventati una famiglia e sono arrivati i bambini. Hai mangiato con me una pizza, chiusa in bagno in un hotel mentre Sofia dormiva nella camera accanto. Hai avuto la pazienza di fare due traslochi agli ultimi mesi di gravidanza.

Nella semplicità che caratterizza la tua maniera completamente irrazionale di affrontare la vita, ci sono stati momenti in cui hai tenuto tu la barra del timone che sai essere una appendice naturale delle mie mani.

Hai avuto la pazienza di capire perché era giusto che mi rimettessi a studiare, per me e per il mio futuro.

Hai bisogno delle tue nove ore di sonno, ed hai avuto la pazienza di tollerare le mie attività notturne eccetto le mie quattro ore di sonno a notte.

Nel godere delle cose che un tempo erano impossibili da immaginare, tolleri il mio attaccare comunque i quadri 5 centimetri sotto l’altezza decisa insieme. Nel gestire la casa ed la tua azienda, e le sedicimila cose che hai da fare e che ti rimproveri di non riuscire a fare come vorresti, trovi il tempo di mandarmi una foto dei nostri tre bambini mentre io salgo sugli aerei di mezza Europa. Hai la pazienza di mandarmi un messaggio con su scritto ‘sei vivo?’.

Ma forse, se avrai ancora un pochino di pazienza, e se riuscirò a raggiungere i miei obiettivi di questo mese, le cose cambieranno e saremo soci paritari di un presente stabile. Io ci sto provando con tutto me stesso.

Se avrai ancora un pochino di pazienza, cresceremo osservando un capello bianco in più rispetto al mese scorso e, felici come quando avevi 20 anni, saliremo spesso insieme sugli aerei di mezza Europa viaggiando come piace a noi, fino ad avere il dolore ai piedi, con la nostra guida turistica in mano ed i nostri piani per la serata e le cene nei posti dove ci piace cenare.

E sarò felice mentre scegli il tuo muffin ed gusti il tuo cappuccino in un bicchiere di cartone. Mentre cerchi di convincermi che l’hotel caratteristico che hai scelto è molto meglio di un hotel da centro congressi. Mentre cammini con le tue converse basse e puzzolenti.

E sarò felice anche mentre mi guardi e diabolicamente sorridi rubando un magnete, solo perché sai quel crimine mi terrorizza.

L’aria rarefatta dell’Everest

Quel giorno che ho controllato il mio peso, pesavo 56 kg. Per tanti anni sono stato più magro della morte.

Non le ho mai contate, ma credo di aver fumato diverse migliaia di sigarette.

Poi – ed ero già a Mondovì e vivevo da solo – ho deciso di smettere con le sigarette e la magrezza. Era una bella giornata ed ho smesso. Ho (erroneamente) lasciato il tabacco in bella mostra sulla iper-economica libreria Ikea dove troneggiavano i miei ricordi. Pezzi di carbone, fogli scritti, oggetti, ramette, tappi di bottiglie e fiori secchi.

Ho preso 10 Kg e sono arrivato a 66 Kg.

Una sera, rientrato a casa esausto ed incazzato dopo una giornata difficile al lavoro, ho rollato una sigaretta e l’ho fumata sul letto. Mi sono sentito meglio. La sera successiva ne ho rollata un’altra. La sera successiva mi sono comprato un pacchetto ed ho ripreso. Ho fumato per altri 5 o 6 anni, fino all’arrivo di Sofia. Erano le 10 del 7 novembre 2011. Ho buttato via il pacchetto e caricato altri 10 kg. 76 Kg.

Poi ho oscillato in su e giù.

Il periodo in cui mi sono sentito meglio pesavo 73 kg. In alcuni momenti ho anche toccato quota 80, anche per via del lavoro che faccio, in cui un giorno su due mangio al ristorante. Ottanta, la soglia psicologica che ha fatto scattare in me un istinto di conservazione dello stato di forma pre-quarantenne. Mi sono lanciato in una dieta potente insieme a Paola, che sta recuperando il sorriso dopo la terza gravidanza.

Ho pensato di approcciarmi alla dieta con l’unico approccio che può rendere possibile una vita di stenti e privazioni: un approccio accademico, metodico, rigoroso e intriso di motivazioni progressive.

I risultati arrivano lenti, adesso sono a 77. Paola mi dice che adesso sono in forma, ma io so che dovrei scendere a 73, per sentirmi come voglio. Ma più i mesi passano, più ottenere le cose che voglio costa enorme fatica e determinazione.

Lo sto vedendo con l’esame CIA3, il cui studio di preparazione mi sta dilaniando e togliendo ore di sonno.

A volte mi sembra di essere vicino alla cima dell’Everest, dove l’aria si fa sempre più rarefatta e per muovere un passo di fa una fatica tremenda.

Ma io, finchè avrò fiato in corpo avrò sempre la voglia di provarci, che sia una dieta, un esame, o imparare una nuova lingua – il nuovo affascinante obiettivo che lentamente si fa strada all’orizzonte.

Ogni giorno sempre più nitido.

La primavera del 2017 – Guernsey

Detta in breve, grandi aziende del mondo decidono di costituire delle ‘proprie’ società di assicurazione, per una migliore gestione dei propri rischi e per prezzare meglio le proprie coperture. Dato che ci si trovano, decidono di stabilire queste società in posti che hanno trattamenti fiscali vantaggiosi.

Cayman, Barbados, Gibilterra, Malta, Dublino, Bermuda.

Guernsey.

Sono in viaggio verso questa isoletta nel canale della manica, che se non fosse un posto fiscalmente vantaggioso sarebbe abitata da quattro pecorai. E’ invece popolata di contabili, di esperti di conformità, di fiscalisti e di revisori.

Con me ci sarà Theresa, figlia di padre italiano e nata in Sudafrica. Ha qualche anno più di me ed un accento inglese piacevole. Mi parla di suo figlio e le brillano gli occhi.

Ci sarà anche Silvia, una donna della mia età e figlia di contadini veronesi. Ha lasciato l’Italia ed ha servito caffè, studiando la sera per il suo esame ACCA. Rispetto molto la sua attenzione ai dettagli, la determinazione con cui si approccia alla mia testardaggine e la maniera attenta e delicata con cui attende le mie sfuriate prima di proporre un punto di vista talvolta valido. Sta imparando a seguirmi ed a lavorare con me.

Abbiamo un team discreto per questo progetto, dovremmo farcela senza affanni eccessivi e senza fare le notti in ufficio.

Ho provato a cercare qualche attività da svolgere con ­Silvia e Theresa per l’ultima sera che passeremo in Guernsey. Io credo sia sempre giusto festeggiare la conclusione di un lavoro con una attività da ricordare. In Guernsey, però, pare non ci sia un cazzo di niente da fare, se non giocare a golf.

Devo cercare meglio. Magari finiremo semplicemente con il berci una buona bottiglia di vino sul terrazzo del ristorante marocchino Ziqqurat, mentre dividiamo un tajine di agnello pregustando il ritorno ognuno a casa propria.

La primavera del 2017 – Parigi

Sono arrivato a Parigi per chiudere un interessante progetto dopo una acquisizione di una società qui.

Non mi hanno sicuramente accolto a braccia aperte e non sentiranno la mia mancanza, ora che sono andato via.

A Parigi ho passato tante settimane nella mia vita, quando muovevo i primi passi nel mondo complicato delle multinazionali. Io trovo  che quando si passa tanto tempo in un posto, le meraviglie che lo caratterizzano perdono la loro magica attrattiva. Mi è capitato quindi di passare quindici giorni a Parigi lontano da quasi tutti i monumenti, immerso nel lavoro, nello studio ed in piacevoli intimi momenti familiari a casa dei miei cugini.

Parigi nella primavera 2017 mi ha però regalato qualche piccola grande soddisfazione: ad esempio il clima temperato della primavera mediterranea, inconsueto per le taglienti latitudini pseudo-bretoni dell’ile-de-france.

Mi ha regalato una patisserie sulla strada per l’ufficio, con un pain-au-chocolat mangiato lungo la Senna.

Mi ha regalato una visita ‘selettiva’ al Museo del Louvre, dove ho finalmente avuto il coraggio di selezionare le aree da visitare, ed in cui ho potuto godere del lusso di spendere oltre 4 ore per la sola galleria della pittura italiana. Mi sono tuffato in Leonardo Da Vinci rimanendo abbagliato dai suoi colori cupi.

Mi ha regalato un cappuccino felice e leggero in un bar. Una cena calda e rassicurante in un ristorante di emigranti italiani di seconda generazione. Un filetto tenerissimo ed un calice di Chateau Lafitte nel ristorante del mio albergo, con quattro chiacchiere scambiate con una signora tedesca ed un ragazzo spagnolo, anche loro soli come me, con il loro filetto ed il loro calice.

Mi ha regalato una serata a casa di Diletta ed Andrea con gente di tante parti d’Europa in cui abbiamo dovuto concordare la lingua da usare nelle conversazioni. Una passeggiata in un mercatino delle pulci in cui ho potuto toccare una edizione limitata di The Dark Side of the Moon con vinile trasparente, pubblicata in poche centinaia di copie in USA. Un film di fantascienza poi rivelatosi un horror terrificante che mi (ci) ha fatto rivoltare lo stomaco. Mi ha regalato una serata di panico durante l’attacco terroristico degli Champs Elisees, a poche centinaia di metri da dove mi trovavo.

Una sigaretta con Andrea, un abbraccio con Gianluca.

Ho fatto tanto lavoro, tanto studio e tanta palestra. Ho concluso un progetto complicato. Ho perso 1 chilo e mezzo. Ho concluso la preparazione del CIA3 che sosterrò a giugno. Ho poi passato due settimane a casa, immerso negli abbracci dei bambini.

Prima di ripartire.

Dino e Piero

Mercoledì in aeroporto ho comprato un libro che parla di un eroe italiano che si chiama Enzo Ferrari. Tra le varie biografie che ho letto, questo libro è scritto da Turrini, un giornalista che ha curato biografie importanti e che soprattutto è considerato uno dei maggiori conoscitori della storia del Cavallino.

Il libro racconta la storia della nascita del mito non seguendo un rigoroso ordine cronologico. Pur mantenendo una certa forza di consecutio temporale, a prevalere è l’aspetto tematico.

Uno di questi temi è l’approfondimento di una situazione sentimentale, quella di Ferrari, che mi ha colpito.

Per motivi diversi, non credo sia rispettoso riportare i dettagli delle storie di Dino e Piero.

Due pensieri però mi sono rimasti in testa.

Il primo è che se avessi accettato una delle offerta di lavoro che negli anni ho rifiutato, avrei letto documenti firmati da Piero e forse lo avrei letto in chiave diversa da quella dell’unico vivente erede di Enzo Ferrari. Ho fatto bene a rifiutare quel lavoro.

Il secondo che Una Ferrari Dino non ha prezzo. Vorrei tanto avere la fortuna in vita mia di sedermi in una Ferrari Dino per sentire che effetto fa sedersi in una Ferrari che Enzo Ferrari ha sentito potesse portare il nome di suo figlio morto giovanissimo.

La struggente meccanica dei motori a scoppio.

Giulia

Giulia ha 1 anno. L’ho conosciuta 364 giorni fa. Sono andato in ospedale a conoscerla, insieme al mio secondo bambino, che le ha portato in dono un suo pupazzetto di 2 cm di altezza.

L’ho conosciuta mentre si dedicava alla sua attività più importante, la suzione del latte materno.

Per quanto da qualche anno io e sua madre ci si conosca bene, arrivare in quella stanza durante il rito dell’allattamento mi ha fatto sentire un po’ un elemento di disturbo. Con discrezione, ho prestato attenzione a che la mia visita fosse opportuna, ossia veloce e silenziosa.

Dopo un paio di mesi, quando Giulia ha iniziato a sorridere, ho iniziato a prenderla in braccio. Ogni santo giorno che l’ho presa in braccio non mi ha mai negato una massiccia dose di sorrisi.

Abbiamo sviluppato in maniera molto naturale e silenziosa, un piccolo codice di comunicazione, io e Giulia. Esso è essenzialmente basato sullo scambiarsi uno sguardo intenso e sorridente, seguito da un sorriso, un piccolo suono, e nuovi sorrisi.

Giulia ha poche importanti pretese. Essenzialmente vuole mangiare le briciole.

Quando suo padre mi ha chiesto di essere padrino di Giulia, ho sentito di essere la persona giusta come lui sarà il giusto padrino di Francesco. Ci sono poche cose importanti come essere padrino di un bambino e non si possono descrivere, queste cose.

Il giorno del battesimo, Giulia era radiosa. Ci siamo scambiati uno sguardo che io non dimenticherò.

Sono sicuro che saprò interpretare questo ruolo come si deve.

Senza dimenticarmene.

Soprattutto quando non avrà più bisogno solo di briciole.